Figli di un Dio ubriaco

Guardando negli abissi del tempo, la mente è preda di vertigini che la stordiscono

John Playfair, Matematico e Filosofo del ‘700

 

Figli di un Dio Ubriaco è il ritorno di Balletto Civile alla scena dopo il lockdown, uno spettacolo con un cast enormemente numeroso, dai 9 ai 76 anni, un affresco dolente di antieroi. Creato come un film dal montaggio serrato ingloba la meravigliosa partitura dei Madrigali di Monteverdi come una terra antica e fertile sulla quale costruire un possibile fragile futuro.

Il progetto è ispirato dalla commissione fatta alla Compagnia di un nuovo spettacolo su musica Barocca. Lavorando su un materiale in apparenza lontano, desueto, abbiamo cominciato a ragionare tra il rapporto che c’è tra queste composizioni e la società contemporanea. La straordinaria attualità del Barocco consiste in una spregiudicata libertà di un’arte capace di sperimentare all’infinito e in tutte le direzioni la propria potenza significativa, e questo ci appare di sorprendente attualità rispetto alla complessità delle dinamiche proprie del progetto contemporaneo.

Per lo studioso Tommaso Montanari la cultura del ‘600 ci parla della condizione del corpo moderno. Ci fa dono della sensualità delle vite disperate, l’unica santità da venerare.

La sensualità delle vite disperate, non saprei trovare un modo più aderente e più alto per leggere l’Apollo e Dafne di Bernini una danza bloccata nel marmo, un fatale intreccio di corpi e anime che cambiano, è così che Bernini ferma Dafne nel marmo: eternamente ambigua, per sempre in trasformazione

Il corpo in movimento è il fulcro del Barocco, un corpo umano insieme titanico, imperfetto, fragile e dinamico, che diventa la dismisura narcisistica di tutte le cose.

Ed è qui che Balletto Civile trova la sua ispirazione, nel corpo di creature in continuo cambiamento, uno sguardo sulla complessità del mondo, fatto di eroi umani, densi di flussi interiori liberi e inconsapevoli che costituiscono per noi materia di profonda indagine e rappresentano l’orizzonte di una nuova estetica. Da questo concetto la scelta del titolo Figli di un Dio ubriaco, generati da un meraviglioso Dio fragile, imperfetto, dionisiaco, che ci unisce nel continuo sperimentarci al cambiamento.

Spazio scenico bianco, solo i corpi come testimonianza del presente.

Una radiografia dell’esistente. Un’epopea breve, poco epica, di una comunità attraversata da piccole e inesorabili avversità, si intrecciano le storie di personaggi alla ricerca di un proprio centro, con sullo sfondo il lavoro (tema caro anche a Monteverdi) non alienante ed ostile ma un collante sociale necessario a confermare l’ineluttabilità della vita e del nostro istinto di sopravvivenza.

I temi pastorali, amorosi e guerrieri -tipici dei Madrigali- si piegano all’urgenza di questi personaggi, il basso continuo della resistenza umana che si mischia ai suoni di una quotidianità ubriaca restituendo immagini che si dilatano e fungono da microscopio per il nostro sentire.

L’incertezza è legge di natura, personaggi in balia della precarietà, di eventi imprevedibili e apparentemente privi di causa. Una babele di refusi di racconto e di dialoghi, un’esplosione di marginale, scorci di interni, un’apparente mancanza di realtà, una sorta di empatia con chi si perde.

 

Le periferie del mondo si assomigliano tutte nella loro crudeltà tragica, splendore di nero, di dolore, di mistero. Le creature che le abitano assomigliano a bestie ferite, uomini e donne violenti in cerca di sopravvivenza che guardano il mondo dal margine del calore della cosiddetta normalità del benessere e la loro vita assomiglia ad una spasmodica corsa verso un precipizio, da dove spiccare un salto per un sogno di libertà che renda possibile una vera rivoluzione nelle loro esistenze.

La domanda che ci attanaglia tutti, l’essere qui ora, il venire alla luce di qualcuno e dall’altra parte lo spegnersi di qualcun altro. Il magnifico mistero che ci muove a sporgerci al di fuori dell’esistente e trovare la forza per non abbandonarsi a se stessi. Fuori da noi.

Lo spazio ora non è tra essere o non essere, ma tra essere o essere animali, tra essere con l’altro o essere contro l’altro. Ricondurre la mistica al mistero sulle questioni profonde della vita, il dolore, l’amore in una connessione tra il fisico e lo spirituale, che si muovono sulla stessa lunghezza d’onda arrivando al tema della compassione, tema caro a Balletto Civile, patire/cum dove c’è la parola pathos, passione attraverso la quale si conosce se stessi e gli altri. Lo sguardo sul mondo e il senso di responsabilità dell’artista che con il suo corpo si fa testimone del dolore e della gioia propria e del mondo.

Questa magnifica rivoluzionaria musica di Monteverdi spiritualmente accompagna l’abisso, la vertigine della carne in un manifesto di futurismo presente.
“Come se niente fosse” raccontiamo la nostra vita.

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ideazione 
Michela Lucenti

musiche di Claudio Monteverdi, Barbara Strozzi, Salomone Rossi, Isabella Leonarda
ideazione e coreografia Michela Lucentimaestro concertatore al cembalo Antonio Greco

drammaturgia Maurizio Camilli, Emanuela Serra

danzato e creato con Maurizio Camilli, Loris De Luna, Michela Lucenti, Maurizio Lucenti, Alessandro Pallecchi, Matteo Principi, Paolo Rosini, Emanuela Serra, Giulia Spattini, Elisa Spina, Demian Troiano

e per la prima volta in scena Era Affini

SOLISTI DELL’ORCHESTRA MONTEVERDI FESTIVAL – CREMONA ANTIQUA
Valeria La Grotta, soprano – Anna Bessi, mezzosoprano – Gian Andrea Guerra, violino primo – Rossella Borsoni, violino secondo – Nicola Brovelli, violoncello – Carlo Sgarro, violone – Mauro Pinciaroli, tiorba

spazio sonoro Guido Affini
disegno luci Stefano Mazzanti
costumi Chiara Defant
assistente di produzione Ambra Chiarello

produzione Balletto Civile, Fondazione TPE, Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano

in collaborazione con Fondazione Teatro A. Ponchielli Cremona, Oriente Occidente Dance Festival di Rovereto, Dialoghi/Residenze delle Arti Performative Villa Manin Codroipo, Teatro Petrella Longiano/Cronopios, Teatro degli Impavidi Sarzana