APPUNTI PER UNO SPETTACOLO CHE PARLA DI UNA COPPIA DI SCAMBISTI
Appunti dalla piattaforma di lavoro DETRITI, Balletto Civile 2009
Ripartiamo dalle identità. Una delle affermazioni che sento spesso in conversazioni di tutti i giorni è che c’è un grande gap fra ciò di cui la cultura di massa e la politica parlamentare si occupa e la reale evoluzione della società. Il 30% della popolazione dell’occidente (Nord America e Europa) non ha relazioni di coppia di lunga durata, il 20% ha relazioni di coppia di lunga durata ma non è sposata, per arrivare a meno del 20% che si è sposata almeno una volta (all’interno di questa percenutale cala ulteriormente il numero delle coppie che mantengono il vincolo matrimoniale per tutta la vita). Queste percentuali medie calano drasticamente a favore della coppia aperta mai ufficializzata dal matrimonio (oltre il 90%) se si chiude il cerchio nelle regioni del nord Europa come la Danimarca, l’Olanda e la Scandinavia.
Il tutto per dire che non ci vuole uno scienziato per capire a colpo d’occhio che la crisi del patriarcato è radicata nella società occidentale e in alcune regioni si è già forse stabilizzata da una generazione.
Se si considera che all’interno delle coppie sposate e quelle non di lunga durata c’è una percentuale sicuramente rilevante di coppie gay e lesbiche, è chiaro che il nucleo tradizionale famigliare rappresenta meno del 20% delle pratiche sessuali e di riproduzione del mondo che viviamo. Ragione per cui è sempre più lontano dal rappresentare un modello sia per il presente che per il futuro.
Parlando dell’Italia sappiamo bene che tutta la politica e la cultura di massa fatica a trattare seriamente questo dato. Nessuno faticherà a notare come i mass media e i politici quotidianamente diano per scontato in ogni messaggio di rivolgersi in primo luogo alle “famiglie italiane” a tutti i padri e le madri, ai nostri figli ecc… non parliamo della chiesa cattolica che fa della famiglia tradizionale l’unico interlocutore sociale. Questo messaggio è un messaggio retorico di nuovo irreale e ideologico.
Il paese reale è fatto di reti e comunità che rappresentano la maggioranza della popolazione che non vive da tempo all’interno del modello di famiglia tradizionale. Queste comunità stanno costruendo una loro identità, ma apparentemente al di fuori della cultura di massa.
Leggo ad esempio un’intervista sul sito di Sergio Messin (nota1), nato a Roma (“dove odiamo la chiesa con grande vigore” questo l’incipit nella nota biografica) ora trasferitosi a Chicago (US). Personaggio variegato che si muove fra musica elettronica, recensioni musicali, esperto di nuovi media, antropologo, e mondo della pornografia in rete. A metà degli anni novanta segue il rapporto fra tecnologia e le pratiche sessuali. Da qualche anno presenta uno spettacolo live che è un incrocio fra mostra fotografica e talk show sul Realcore. Il Realcore dice è uno neologismo da lui proposto per creare delle comunità in rete che mostrano le loro pratiche sessuali mediante foto. Mi stupisce questa sua esemplificazione per spiegare il termine dal lui inventato:
“il Softporn è sesso simulato, l’Hardcore è sesso esasperato il Realcore è ciò che la gente normalmente fa per soddisfare i suoi desideri”(nota2).
Continuo con la mia ricerca e mi imbatto in Regina Lynn(nota3) una delle più influenti esperte sul rapporto fra sesso e tecnologie, consulente in rete sulle pratiche sessuali nel mondo anglosassone. Gestisce un Blog a cui la gente si rivolge, suggerisce cose, ed è attiva dall’adolescenza nell’enorme fenomeno delle chat erotiche. Parla in una sua dichiarazione, del momento in cui si è affacciata per la prima volta ad una chat erotica. Mi stupisce questa sua affermazione. Dice che il sesso scritto le ha fatto conquistare il rapporto col suo corpo. Pensare l’atto sessuale le ha sbloccato un godimento fisico che altrimenti non avrebbe avuto. Prima di questa pratica delle chat il suo corpo di adolescente era intrappolato in un automatismo che in tutta sincerità non le procurava piacere. Ma conquistare la libertà di pensare cosa il corpo può fare le ha aperto la strada al godimento, oltre che a ben vedere ad una identità professionale e intellettuale.
Pur non essendo un client di siti porno e quindi a mio modo nuovo dell’ambiente, mi sembra sempre di più popolato da gente in realtà non professionista. Non penso che la maggioranza della gente abbia una vita sessuale che passa per la rete, ma penso sempre di più che l’enorme mondo del porno in rete rappresenti in modo trasversale la maggioranza delle persone. La maggioranza non è gente che si nasconde, non è gente che scherza e si scandalizza, non è gente emarginata socialmente, non è gente che non si può permettere altro sesso che quello in rete.
Il senso comune direbbe che il porno porta alla violenza, all’isolamento dalla vita reale, alla dipendenza, alla pedofilia. Ma tutto quello che capisco nega del tutto questa strada.
Se devo essere sincero penso che parlando di porno oggi non si debba affatto parlare di esibizionismo e fuga ma di una sorta di ricerca di credibilità. Tutte queste immagini, queste parole nelle chat, questo modo informale e al tempo stesso funzionale nell’organizzazione grafica dei siti mi parla di una gran desiderio di sentirsi credibili nell’affrontare a viso aperto il proprio piacere.
È per questa ragione che la mia ricerca sul porno nel web si mette sulle tracce delle prostitute. Come ha reagito il mercato del sesso? Dove sono nel web le persone che da sempre fanno del sesso il proprio mestiere?
I Sex Workers(nota4) (lavoratori del sesso) hanno trovato in internet uno strumento di emancipazione e indipendenza. Dalle case chiuse e dalla strada le prostitute in molti casi sono riuscite attraverso internet ad autogestire i propri servizi, grazie alla privacy che la rete sottintende e alla sostanziale mancanza di sistemi di controllo. Controllo non tanto della legge (si intende) ma degli sfruttatori.
Capisco che attraverso la gestione di una pagina web è possibile da parte della professionista offrire appuntamenti e gestire anche il grado di “compromissione” che desidera offrire. La prositituzione diventa così più una specie di impresa autogestita, e in molti casi si trasforma in una specie di comunità di clienti che una persona decide di gestire. La professionista del sesso ha la possibilità di frequentare la sua clientela offrire sesso a pagamento e intessere un rapporto di consulenza che esula anche dal contatto fisico, e in alcuni casi inaugura rapporti che non vengono sempre pagati in denaro. Le prostitute entrano in piccole reti fra di loro e usano queste comunità per difendersi da eventuali pericoli. Propongono ai clienti di creare propri profili e li schedano per condividere fra di loro la conoscenza delle persone che frequentano i loro servizi. Si creano così delle blaklist(nota5) di clienti violenti, o inaffidabili, o troppo noiosi… sotto il nome di DON’T FUCK WITH US, o NO CALL NO DATE…
Trovo una credo famosa prostituta californiana, non più in attività fisica, Veronica Monet(nota6), che organizza un sito proponendo diverse rubriche piuttosto interessanti come the things women should never do for free (cose che le donne non dovrebbero mai fare gratis), o Escorts as therapists (puttane come terapiste) o freedom from sexual shame (libertà dalla vergongna sessuale).
Faccio un breve punto, una riflessione. Sono partito osservando che la società sta cambiando mentre la cultura di massa avrebbe tutto l’interesse a fare come se non stesse accadendo nulla. Ho osservato che il vecchio sistema fordista famiglia stato partito (che l’ideologia nazionalista ancora sta cercando di proporre come il paradigma naturale) in realtà si è sbriciolato dal basso.
Sotto questa superficie che tutto ammanta ho cercato di analizzare cosa sta succedendo e come.
Un primo rilevo è che la tecnologia ha un ruolo centrale. La cultura di massa si è accorta che deve operare come una sorta di falsa coscienza necessaria, e cioè mantenere i soggetti in una specie di immaginario irreale dove tutto può rimanere come è sempre stato. E ha capito che per fare questo deve essere pubblicità, pubblicità del mondo così come è. Non importa la realtà, la cultura di massa deve essere sostanzialmente spettacolo.
Allo stesso tempo ci sono delle pratiche dove il rapporto fra tecnologia e reale ha avuto la possibilità di creare delle comunità che sono il vero luogo, o il vero nodo in cui si svolgono le rivoluzioni culturali e sociali che stanno avvenendo.
La cultura di massa cerca di costruire identità sponsorizzando una patria naturalmente così come è sempre stata, fagocitando qualsiasi cosa nuova come un aspetto innocuo, o un colore accessorio, un di più che può tranquillamente coesistere al vecchio solo se depotenziato della sua violenza.
La subcultura agisce invece senza farsi pubblicità, ma intessendo delle relazioni che sono già pratiche in atto.
Credo che sia corretto definire questo modo di agire come un’arte pre-figurativa(nota7) , nel senso che chi agisce non si rifà ad un modello ma fa già quello che si immagina. Le tecnologie hanno un ruolo essenziale ma principalmente nel loro valore strumentale, nel loro statuto di mezzo di produzione, produzione di relazioni, e non come invisibile via di fuga in un paese irreale che è la copia fittizia del mondo come è sempre stato. Questo modo di agire è inedito ed è un punto di forza, credo, della parte attiva della nostra contemporaneità. Credo sia un punto di forza perché sta dimostrando di non essere solo un movimento dispersivo… o un treno senza pilota…(come obbietterebbe subito la coscienza reazionaria) ma una dispositivo che crea comunità e identità.
Ulteriore aspetto, all’interno di queste pratiche spesso ritroviamo l’eredita della coscienza dell’attivista politico. Molto spesso infatti queste pratiche che sono nate semplicemente agendo, in modo sporadico e poi rafforzandosi come rete di condivisione, sono la risposta già in atto a battaglie di difesa dei diritti dell’individuo.
Molto spesso l’industria culturale blocca il presente in un passato irreale. Questa logica invece attiva e prefigurativa, a ben vedere, fa si che il passato non perdoni mai il presente. Nel senso che questa logica funziona cercando di dare una risposta attiva ai traumi del passato. In qualche modo il passato di per sé non perdona il presente nel senso che il presente continua a fare emergere i sintomi dei traumi passati. Occorre farsi interpreti di questo movimento. Non nascondendo i propri sintomi nel cassetto, ma capendo che noi siamo loro. Fino in fondo.
Credere nei propri sintomi a volte è percepito come molto violento ma è quello che dobbiamo fare.
Per concludere questa riflessione voglio spostare il punto di vista ora sul soggetto.
Ho parlato di sociologia, di tecnologia, ho dato coordinate sui siti web, ho fatto accenni alla politica, e ho fatto un po’ di critica ai dispositivi ideologici, ma cosa vuol dire dal punto di vista soggettivo tutto ciò?
Voglio fare questa osservazione. A volte abbiamo un trauma, come essere intrappolati in un rapporto di coppia senza poter dire che non mi soddisfa, o non riuscire a godere, o avere ucciso un’innocente per mano della tua patria, o essere brutto, o credere di non essere desiderato, o lasciare morire un cliente che crede nella tua assicurazione sanitaria, o non riuscire a prenderlo in bocca, o rimanere un gregario perché non hai il coraggio di chiedere la tua paga… quello che di solito si fa è fare finta che questi sintomi non esistano. L’immaginazione è una grande sala da make-up, e la cultura di massa non fa altro che trasformare questa sala in un negozio.
Che cosa è una perversione? Il più delle volte è trovare una risposta a questi sintomi senza ricorrere a trucchi.
A livello soggettivo la fantasia è il nostro più potente mezzo di produzione, e se la cultura è l’industria della fantasia, dobbiamo difendere il controllo della propria fantasia come un diritto. Rientrare in possesso dei mezzi di produzione nell’industrializzazione della fantasia(nota8). Vale a dire identificarsi nelle nostre perversioni. Cercare di garantire ai nostri sintomi una credibilità. Sempre.
Nel percorso che ho seguito prima ho mostrato come il PORNO piò diventare SESSO. Di come cioè il sesso come spettacolo può diventare il mio modo di fare sesso. E basta. Di come un sintomo, nel senso di un bisogno la cui risposta è sconosciuta e che quindi è vissuto come trauma, diventa la risposta stessa.
L’unico modo per accettare il proprio trauma è seguirlo. Agire. Farlo diventare vero. Fare diventare il trauma vero.
Uno studente chiedeva a Freud quando si può considerare l’analisi conclusa… e Freud diede questa risposta. Quando il paziente smetterà di vivere l’analisi come un problema.
Quando il paziente smetterà di vivere l’analisi come un problema. Questa frase credo che si possa leggere sia al dritto che al rovescio. Da una parte dice che il soggetto deve smetterla di viversi come un problema, una colpa da redimere. Ma al rovescio ci dice che l’analisi continua ne più ne meno. Se il viversi come un problema viene meno l’individuo smette di essere paziente e cioè uno che subisce. Ma che ne è dell’analisi? Qui Freud fa il prestigiatore, perché sottintende che l’analisi deve continuare comunque. Ed è questo credo che può definire la violenza. La violenza è questa inesorabilità nel capire esattamente cosa devo fare. Questa coincidenza fra azione e identità, comprensione e liberazione, dolore e godimento.
http://www.realcore.radiogladio.it/blog/archives/category/porno
,
, 
emanuele
braga