LA DANZA ACCANTO A CIO' CHE ACCADE REALMENTE
Appunti dalla piattaforma di lavoro DETRITI, Balletto Civile 2009
Da artista credo che il contesto in cui operiamo sia molto caotico. Sto parlando del rapporto fra arte e mercato e attivismo politico. Abbiamo sempre ritenuto importante la coscienza di dove si produce, come si produce e dove si va a mettere il proprio operato. È per non perdere questa coscienza che tento di esplicitare questo dibattito.
Dovremmo credo essere noi artisti e noi operatori dello spettacolo ad avere il coraggio di confrontarci a viso aperto, creando delle reti reali dove questo piano di discussione non rimane confinato a dopo cena di artisti e passeggiate fra amici attivisti e due battute nei centri sociali.
C’è chi dice che siamo in un momento dove le subculture stanno vivendo un momento molto critico. Tutte quelle esperienze per cui la musica il teatro e la cultura erano state delle esperienze di rottura vera con la cultura di massa ci sembrano concluse. Sembra che il segno più forte che hanno lasciato è quello stile riciclato e riconciliatore della moda giovane fintamente aggressiva, innocuamente violenta…
Io credo che non sia vero. Ci sono delle esperienze verticali che sono in rapporto con ciò che accade nella realtà, e si stanno sviluppando con vitalità e stanno costruendo identità.
Dall’altra parte noto che c’è una cultura di massa che opera come una industria e che è in lotta con una società attiva e in evoluzione.
Le tecniche più sviluppate di comunicazione mostrano i loro muscoli nella grande industria della pubblicità, del cinema di animazione e d’azione, nell’industria discografica pop, nei videogame, nei prodotti super finanziati del collezionismo d’arte, e seppur in misura minore nelle grandi riserve di genere come l’opera e il balletto classico.
Non credo sia questione di criticare questa industria in modo pretestuoso e generico, sperando di restituire al teatro di ricerca un po’ più di soldi, visibilità, dignità e potere, quanto di ricostruire una linea che dia un senso chiaro al nostro spazio d’azione.
A noi non importa nulla criticare i poteri forti in nome di una più equa distribuzione delle risorse. Non stiamo ad elemosinare soldi, non è una questione quantitativa, ma è in ballo la qualità e il senso dell’azione artistica. Tantomeno sto auspicando una trade union dell'arte per difendere la nostra categoria, o dei coordinamenti o gruppi di pressione per essere più forti sul territorio ... Iniziative queste che ritengo positive ma che non sono il merito di questo intervento.
Il punto è che ci sono binari forzati. Ci sono delle forzature per chi fa arte nel nostro mercato. Questo è innegabile, ma sembra essere irrilevante, e viene continuamente ricordato in modo generico al di fuori di un qualsiasi genere di analisi approfondita da parte degli artisti. Creando questo modo di arrangiarsi, e qua e la dimostrarsi sensibili e interessati a cosa succede nel mondo.
Il punto è che una attività critica alle modalità di produzione culturale è praticamente scomparsa.
Il punto è che c’è una ideologia che opera nei processi culturali e non esiste un movimento coerente che cerca di costruire una offensiva coordinata contro di essa.
Attenzione, non sto parlando di qualità estetica, questa credo possa essere trasversale a tutti i campi di cui ho parlato, dall’industria istituzionalizzata alla realtà senza nome completamente disorganizzata. Semplicemente propongo di tenerla fuori. Non penso che la subcultura è arte e la grande industria no. Semplicemente la qualità estetica non è il punto.
Quello che propongo è invece un coordinamento delle produzioni artistiche all'interno di un mercato in cui la cultura opera come ideologia.
volgio provare a proporre a lcuni aspetti da cui non prescindere:
1_critica del modo in cui la cultura di massa opera. Credo che nello specifico la produzione culturale italiana nasconda una ideologia. Non credo ci sia un dittatore che manovra dall’alto. Ma credo che il mercato culturale abbia una logica e che gli organismi politici ne facciano uso. L’industria culturale spesso mostra la sua maschera anche in modo plateale e senza filtri. In particolar modo nel modo in cui si costruiscono le eccellenze e il discrimine fra cultura di qualità e non, e nel modo in cui si archivia la memoria storica, e nel modo in cui si sdogana il lecito e l'illecito...
2_cirtica al post-moderno come brusio che tutto permette dal punto di vista stilistico, ma la cui coscienza politica è sempre più depotenziata. Un certo modo di mischiare i linguaggi, nel divertirsi a mescolare le carte facendo proliferare un generico gusto estetico. Gusto estetico che prolifera in tanti rivoli e declinazioni, una creatività innocua che a tratti accenna all’evasione, al virtuosismo tecnico, a tratti si accontenta del bricolage…(nota 1) è il destino verso cui si sta dirigendo molta dell’arte cosidetta di ricerca. Si è creato come un blocco nuovo che da una parte si sente libero dalle tradizioni, dall’altra non è animata da una necessità chiara.
3_critica di come il mercato è stato in grado di neutralizzare la coscienza critica. Non meno dei punti precedenti è importante evidenziare come la produzione culturale stia cercando di neutralizzare delle istanze reali dando loro la possibilità di trasformarsi in intrattenimento. Il mercato si interessa sempre di più a operazioni artistiche che rappresentano le istanze della società, che siano specchio delle necessità reali. L’arte non è un movimento politico, e occorre avere coscienza che se un contenuto politico viene incorniciato e immortalato come prodotto artistico ha perso la sua natura. L’arte deve rifiutarsi in ogni modo di assolvere a questo ruolo. L’industria culturale cerca continuamente di trasformare la trasgressione in uno stile, in un prodotto estetico. Questo perché è uno dei modi più efficaci per ricavarne soldi e disinnescare un dispositivo che altrimenti non sarebbe in grado di controllare.
Contro attacco:
In risposta al punto 1 un appello alla figura dell’intellettuale. Abbiamo bisogno di intellettuali che lavorano sodo. Bisogna non sottovalutare questo aspetto. Sta scomparendo una elaborazione viva e analitica sul rapporto fra arte e sviluppo economico, cultura e natura dei nazionalismi, discriminazioni razziste e di genere. Non bisogna relegare l’analisi teorica in questa immagine fatta di personaggi introversi sociopatici concettuali e noiosi ricoperti dalla polvere. Pena condannare l’analisi teorica al giornalismo e alle opinioni personali alla “io cosa ne penso”... L’artista può rendere percettivamente più intenso un contenuto o un concetto teorico mediante la ricerca che porta avanti nel suo linguaggio, ma non si può sostituire ad una analisi teorica(nota2).
In risposta al punto 2 massimo impegno da parte degli artisti in quanto artisti a seguire delle pratiche verticali nella ricerca dei loro linguaggi espressivi. L’arte è linguaggio, è creare una percezione che può essere per sempre. Il limite è sottile. È chiaro che le grandi opere sono in stretto legame con i movimenti politici e storici in cui erano inserite. E tanto più l’artista come individuo è attraversato dalle contraddizioni della sua epoca tanto più l’opera è incisiva e chiara. Per questo motivo voglio rivendicare uno specifico dell'arte come linguaggio e uno specifico della coscienza poilitica come azione.
In risposta al punto 3 bisogna avere il coraggio di inventare delle strategie pratiche e averne massima coscienza. Una prima strategia è di favorire delle reti, sempre più strette di collaborazione fra pratiche artistiche e critica teorica e luoghi di distribuzione.
Esempi di queste reti ci sono state e ci sono tuttora. Come piattaforme in qui l’esposizione e la produzione delle opere vengono accompagnate da discussioni critiche e pratiche condivise. In ogni caso strategie in cui l’opera artistica collocata in un contesto più complesso la trasforma in una operazione. Bisogna lavorare perché l’arte sia una azione all’interno di un movimento che veramente la oltrepassa.
nota 1 Questo è il vecchio problema delle avanguardie. Qualcuno ha intravisto che l’arte è politica… nel senso che l’arte ha il potere della grande trasgressione… l’arte può fare scoppiare il sistema… il sistema è ingiusto… l’artista diventa così il modello dell’uomo che si libera dal sistema, che si ribella, che riesce a fare a meno del sistema…. L’artista diventa il libertario… se lotta ne è il simbolo, se soffre ne è la vittima, se muore ne è l’utopia. Ma quale è il punto? Rimando ad una riflessione di Asgar Jorn, uno dei protagonisti delle Internazionali Situazioniste del ‘900: il punto è che l’analisi critica della società si rifà al Marxismo. Il marxismo è in primo luogo la denuncia di una disuguaglianza quantitativa… denuncia una ingiustizia economica… e tutto quello che ne deriva. Ma ad un certo punto si è inteso sganciare l'istanza della lotta dal problema delle diseguaglianze, ancorandola al problema dalla qualità della vità. La domanda è diventata: una volta che si ristabilisce l’uguaglianza economica cosa farà l’individuo? Sarà davvero in grado di emanciparsi da se stesso… riuscirà a stare meglio? A vivere liberato? Orientare in questo modo il problema è molto pericoloso, perchè trasforma il valore dell'arte in una specie di lusso. Si è sviluppata allora una seconda valenza simbolica del “fare arte”: e cioè non solo una pratica all’interno di un contesto che vuole scardinare le ingiustizie esistenti, ma anche la sapienza creativa di vivere più intensamente la vita al di là della lotta e dell’emancipazione dal sistema capitalistico…
Il problema è che a quasi un secolo di distanza da queste riflessioni… ora ci ritroviamo con due perversioni al posto di una. Da una parte il capitalismo non è morto, anzi è più forte di prima e le disuguaglianze sono aumentate… dall’altra questo gioco a fare il creativo, questa idea che fare l’originale fa sentir meglio…, si è talmente sdoganata che è diventato a sua volta un prodotto culturale con tanto di prezzo ed etichetta… il capitalismo ha risposto in questo modo: “non c’è bisogno di eliminarmi… puoi sentirti creativo proprio grazie a me, o con me”. E questo sta funzionando nella progressiva democratizzazione di una creatività blanda e depotenziata e un rafforzamento della cultura come industria.
nota 2 Bisogna evitare di fare gli artisti che vengono presi per intellettuali, siccome ho un palco foccio quello che ha capito un po’ di più degli altri di come va il mondo… se lo ho capito è perché faccio a mia volta parte di un dibattito teorico (e di esempi di artisti anche intellettuali ce ne sono parecchi, soprattutto nel passato), ma in quanto artista io parlo attraverso la mia opera e nulla più. L’opera ha un linguaggio e non deve essere spalleggiata da nessun ammiccamento.
emanuele
braga