
Il branco
Scrivere in due significa mettersi nella condizione di scrivere fra noi due.
E così, ciò che diventa più importante è questo spazio intermedio dove pur sbagliando si inaugura una certa pratica del pensiero. “il deserto aumenta, ma popolato da sempre più gente”.
In un certo senso scrivere è sempre lasciare delle tracce.
Il modo in cui si muove uno stormo di uccelli. Il modo in cui si muove una muta di lupi. Il modo in cui si organizzano gli spazi, i tempi, i ritmi, le immagini, le forme, la sete, gli obiettivi, le abitudini, i passati, le cicatrici, i tic, le posture… c’è un legame che fa si che ciò che si fa e ciò che si dice risuona a tal punto che acquista una consistenza, diventa espressivo.
In questo senso l’autore è sempre una maschera dietro cui si nasconde un corpo più complesso. Sia nel caso che sia un individuo solo, sia nel caso sia un gruppo, un branco, una comunità di individui, o addirittura, cosa ai giorni nostri forse non più possibile, ci sia un popolo.
Ho letto opere scritte da un popolo, ci sono opere scritte da un gruppo, ci sono opere scritte da un individuo solo.
Ci occupiamo di quelle scritte da un gruppo, da un insieme di corpi, dalla relazione che si istaura fra più individui.
Il concetto di gruppo è vago e slitta dal concetto di comunità gerarchica, dove ci sono ruoli rigidi, distribuzioni di compiti, carriere, forse elezioni, forse diritti di sangue…fino al concetto di comunità di pari, libera associazione di individui che si scelgono per motivi comuni…
Nel nostro caso non ci siamo mai riconosciuti in un gruppo di pari, perché non eravamo pari. È molto importante sapere di non essere pari, di non cadere nella tentazione di semplificare tutto sino a questo estremo.
D’altra parte non ci siamo nemmeno mai dati una struttura, delle cariche vere e proprie, la nostra organizzazione non è mai passata sotto uno schema rigido di ruoli fissi, compiti, attribuzioni vere e proprie.
Il nostro concetto di gruppo credo sia rimasto fra questi due estremi, ma si sia mantenuto volutamente vago.
Un’organizzazione vaga fra gruppo organizzato e collettivo di pari, fra impresa e libera associazione, fra scuola e cruda competizione, pensiero libertario e distribuzione di ordini.
Lo spazio di azione è limitato da questi estremi ma la precisione del movimento, la logica dello spostamento, l’esatta risultante non dipende da nessuna di queste categorie.
Cominciamo col dire che una costante che riconosco di questa scienza vaga è che abbiamo sempre riconosciuto un capo.
C’è sempre un capo branco. Non può non esserci un capo branco. Prima caratteristica del capo branco è che non corre sempre con il branco. Spazialmente è un poco distinto. Traccia sempre percorsi un po’ più sotto e un po’ più sopra la strada principale che percorre il branco. Il capo è anomalo. È l’anomalo. Deve essere un poco strano e poco appartato. Anche quando è in testa è solitario. Negli stormi è evidente perché la forma dello stormo si addensa, fila, entra in spirale perfetta si distribuisce senza mai spezzarsi, mentre la testa dello stormo a volte spezza. Così come nelle mute dei lupi il capo sta sul cornicione, traccia il cornicione al di là del quale non si deve andare. Fuori da quella linea il branco muore. Il capo è lo spostato. Il capo guida la fuga perché è il più spostato, è il più imprevedibile, il più inafferrabile.
In questo senso non importa che il capo sia il più forte, a volte è quello che ha più acciacchi. A volte il malato. Ma è questa sua anomalità che gli permette di tracciare la direzione e di essere seguito.
Non ci possono mai essere due capi, pena l’eliminazione di uno dei due. Se ci sono due capi il branco si sfascia. Il branco si divide e diventano due branchi.
Così come il capo non è il padre o la madre del branco. Tutte le volte che il capo diventa la madre il gruppo si snatura e si trasforma in famiglia. Il capo cessa di essere una guida da seguire, un apri pista, cessa di stare sul confine, e si posiziona al centro. Il gruppo invece che spostarsi si ferma attorno al capo. Non si forma un gruppo per filiazione.
Non apparteniamo a grandi famiglie di circo, non siamo figli d’arte. Non abbiamo debiti precisi nei confronti di un qualche modello particolare.
Il gruppo a volte si trasforma in una famiglia, ma per sbaglio o solo per fermarsi un poco e riposare…
Perché.
Perché non deriviamo da un vero e proprio passaggio di informazioni. Nessuno ha imparato le stesse cose di un altro. Nessuno. I nostri DNA sono troppo differenti per essere sospettati di qualche parentela intima.
Un gruppo non nasce per filiazione, non è una pianta dai mille rami e dalle mille foglie che nascono tutti dallo stesso ceppo.
Come nascono allora questi legami fra elementi così differenti.
Credo che i rapporti che stanno alla base, che legano, i componenti del gruppo siano simili alla simbiosi, ai ponti, ai contagi e ai parassitismi. Rapporti interregno. Tutto è più simile a questi tipi di agglomerati che legano la natura in modo forse molto più frequente delle filiazioni.
Il legame fra l’orchidea e l’ape, il legame fra il virus e l’animale creano dei corpi trasversali molto durevoli. Molto più durevoli del legame con i genitori e a volte molto più durevoli della vita di una razza.
Per questo in un gruppo non ci sono delle cose precise che ognuno deve compiere, non c’è nessuna imposizione di natura.
Ognuno fa i fatti suoi ma sono fatti di tutti.
Non c’è nessun riscatto morale, non c’è nessun ricatto o pretesa. Nessuno dovrebbe essere quello che da sempre tutti si aspettavano che sarebbe dovuto diventare. Come i genitori aspettano di riconoscere il loro viso nel volto del figlio maturo. Non c’è nulla da ricostruire, nessun debito prenatale.
Ognuno fa i fatti suoi ma sono fatti di tutti. Ciò significa che ognuno si comporta come uno sconosciuto, come un matto ma tutti si comportano di conseguenza.
Questo è il concetto di sciame.
La disposizione prima di tutto spaziale del gruppo.
Come la nebbia, le zanzare, le mosche.
Cosa c’è alla fine della nebbia… perché una nuvola di mosche finisce… perchè questi agglomerati sono un gruppo, un insieme, in continuo movimento si propagano senza una forma precisa, ma con un bordo. Come si fa a costruire il bordo che mantiene il gruppo unito?
Una mosca non è niente, non esiste. Esistono solo le mosche. Perché fanno voli irrazionali, imprevedibili a loro stesse, e tornano indietro solo quando nel loro campo visivo perdono le altre mosche. Lo sciame si tiene in questo modo. Faccio qualsiasi cosa fino a che non rischio di perdere gli altri.
Così si formano questi armoniosi e giganteschi movimenti di individui. Ci si dimentica della propria natura e si diventa parte attiva di un corpo altro che evolve.
Gli esteti dicevano che ci si dimentica della terra e si comincia ad appartenere al cosmo.
Il cosmo, l’arcata di questi punti che non hanno mai avuto una identità propria, esistenze per eccellenza vaghe, indefinibili, ma che per eccellenza costituiscono lo sciame più rigoroso di tutti i tempi.
Uno sciame infallibile, rigorosissimo, ma fatto da individui sconosciuti, senza volto senza qualità specifiche, senza eroismi, senza razza. Brillano per questo grande movimento all’unisono, altrimenti tutto sarebbe spento e non sarebbero più nulla.